martedì 24 settembre 2013

Rush.

Recentemente ho potuto degustarmi in santa pace, prescindendo da aperitivi, pub chiassosi, incontri noiosi e altri fastidi rumorosi, Rush, ultima creazione di Ron Howard. Prima di tutto è necessario chiarire che non ho la benché minima conoscenza del mondo delle corse automobilistiche (mai visto un campionato di Formula 1) né tanto meno delle auto in sé.
Non posso dire di averlo amato follemente, ma non mi è dispiacuto, sì, possiamo dire così: non mi è dispiaciuto. Una cosa che mi ha dato fastidio, è che mi son sentito un po' preso in giro come spettatore, nel senso che ci sono dialoghi (come quello fra Niki e James dopo la vittoria da parte del primo del campionato mondiale) troppo palesemente strumentalizzati, non si lascia più allo spettatore il gusto di capire che l'intezione del regista era quella di riflettere sulla diversità e distanza di carattere fra i due piloti, ma glielo si sbatte in faccia. Per evitare il rischio di non venire capito, viene costruito un dialogo dove Niki dice chiaramente che quello che lo discosta in maniera così significativa dall'altro è la sua disciplina, il suo rigore. Il film poi è velocissimo, vengono rapidamente fatti sfilare in successione i titoli dei vari campionati e l'indicazione di chi li ha vinti, okay, sicuarmente sarebbe stato impossibile realizzarli per intero, integralmente, però neanche così mi è sembrato molto sensato. Il film comunque è certamente godibile, adrenalinico in certi punti e un interessante spaccato (forse, però, appunto, troppo condensato) di quel celebre scontro.

venerdì 26 aprile 2013

Riflessioni Musicali (27)

Da quando ho letto Pavese mi è impossibile ascoltare il rap/hiphop. O meglio, diciamola tutta, il 95% del rap/hiphop. Sopravvivono, in questo campo, in pochi: da una parte tutte quelle canzoni che il mio orecchio apprezza più per la loro melodia che per il testo (e in questo atteggiamento non sono diverso dai ragazzini che urlavano e si strappavano i capelli davanti ai Beatles che sul palco gridavano “Twist And Shout”), e quindi un rap/hiphop che però percepisco come pop, dall'altra Macklemore, per ora l'unico artista rap/hiphop che conosco che affronta temi “diversi” e non banali. Non so se questa situazione dipenda dal fatto che il tema del ricordo pavesiano mi ha conficcato in profondità l'idea dell'impossibilità di dedicarsi a qualcosa che non fa parte del ricordo, che non è nostro “biologicamente”, che, come una ricerca senza risultati sulla nostra biografia del ricordo, non ha legami con noi.

Riflessioni Musicali (26)

Al momento non riesco a non lodare o ascoltare SGT. PEPPER'S LONELY HEART CLUB BAND. Come son cambiate le cose da qualche tempo fa quando dicevo che per me, oggigiorno, i Beatles erano inascoltabili, vero?

Riflessioni Musicali (25)

Più ci penso e più concludo che SGT. PEPPER'S LONELY HEART CLUB BAND sia un album eccezionale e che la sua problematicità stia proprio nel fatto che sia riuscito nell'inteno utopico e mitico di elevare il pop ad arte. E' il suo pregio ma anche il suo difetto. Per definizione, per necessità il pop non è arte nel senso puro ed estatico, ma quest'album lo è, è esattamente nel limbo, nel punto grigio, oscuro, cieco fra i due opposti.

Riflessioni Musicali (22-23-24)

(21) In questi giorni riflettevo insistentemente sul perché mi piacessero, o meglio, sentissi una così forte empatia con gli Oasis. Poi ho avuto l'illuminazione: il ricordo: a pensarci bene, ogni loro canzone che mi attrae mi da l'impressione di essere qualcosa che ho già ascoltato in passato, quand'ero bambino. E' come se la novità, il vero piacere, derivassero dal ricordo, dalla scoperta del ricordo; e dire che non è un'operazione facile, per niente, ci ho messo molto per scandagliare il fondale del mio inconscio e capire questa relazione. Forse allora tutto quello che ascolto mi piace perché in fondo l'ho già ascoltato in passato, in una forma identica o simile. Avrebbe un senso perché guardando il video di “In The End” dei Linkin, mi è venuta alla mente l'immagine di me, nella casa vecchia, seduto a terra, sul tappeto nero, di fronte alla televisione che vedevo ma non capivo quella canzone, che però mi attraeva. Oggi riascoltandola si è riaperto il ricordo in me e ciò ha generato incredibile passione. La passione è derivata dal ricordo. Avrebbe un senso anche nello spiegare perché non a tutti piace la stessa musica, perché, evidentemente, nell'età infantile ognuno ha avuto ascolti differenti. Il che però mi porta a due conseguenze:
1. E i Beatles? Significa che tutte quelle persone che li amavano avevano una stessa infanzia musicale?
2. Freud era un genio indiscusso.
Ecco perché non apprezzo Eric Clapton ed ecco perché improvvisamente ho trovato voglia e passione di leggere One Piece.

(22)1942 de “Il mestiere di vivere”, che coincidenza trovarmi a leggere Pavese proprio parallelamente a queste considerazioni, o forse la lettura di Pavese mi ha inconsciamente portato a queste considerazioni? Sinceramente non credo di poter rispondere. Però, fondamentalmente, quello che viene detto in quell'anno è esattamente quanto ho scritto l'ultima volta: il legame biologico che ha con il Piemonte e non con la Calabria, e quindi il ricordo, l'infanzia che lo tengono legato ad una determinata realtà piuttosto che ad un'altra, è alla base di tutta la sua arte. Fantastico, incredibilmente fantastico.

(23) O forse la cosa è più complicata di così: forse non è l'infanzia ma il tempo che è intercorso tra l'infanzia e la maturità. Forse sono necessari, chessò, 20 anni per comprendere certe cose. Quindi se uno le riceve a età 0, poi se ne ricorda a 20 anni e pensa che la passione scaturisca dal ricordo, ma se invece scaturisse proprio da quei 20 anni? Se a età 0 ascolti Mozart. A età 20 ti viene, riascoltandolo, incredibilmente a piacere, a età 40 potresti apprezzare ciò che di nuovo hai ascoltato nei 20; che non è molto però, perché tendenzialmente uno sarebbe portato ad ascoltare sempre quello che gli piace e che, quindi, deriva dal ricordo d'infanzia, e a 40 anni potrebbe non aver la possibilità di scoprire, attraverso il ricordo dei 20 anni, qualcosa di nuovo. Bisogna cercare, testare, sperimentare, andando contro questa tendenza, ascoltando qualcosa che non piace. Forse Eric Clapton, del quale sto ascoltando qualcosa, mi stupirà. Questa è l'unica obiezione logica che mi viene in mente contro questa esaltazione dell'età infantile, forse però il fatto che fosse tanto esaltata dipende proprio dal fatto che non c'è nulla di vero in tutto questo. In tal senso allora, davvero, infanzia > di qualsiasi altra età nel determinare gli interessi e le passioni dell'uomo.

Riflessioni Musicali (21)

I Want To Hold Your Hand – Beatles. Vogliamo parlarne? E' il prototipo di qualsiasi canzone pop di successo: 5/6 frasi, ritornello (due per la verità “I want to hold your hand” e “ I can't hide”). E non è un caso sia stato il loro ariete di sfodamento nel mondo americano, infatti tutti i grandi successi di questi anni (successi pop, intendiamoci) son così, alla fin fine. Ora mi è anche più chiaro il discorso che facevo qualche giorno fa: le parole hanno, spesso, un ruolo veramente molto poco significativo. Qui c'è indubbiamente la tematica amorosa di leggerezza, ma chi se ne fregava allora? E quindi è confermata la sua totale inutilità.

Riflessioni Musicali (20)

Quando sentirò qualcuno dire che “Bettersweet symphony” è una brutta canzone o che non gli piace, allorà il mondo avrà veramente avuto la sua fine.